Associazione per Santo Stefano in Ventotene ONLUS

"A Santo Stefano ho sentito il rumore dei miei pensieri". Le riflessioni dei corsisti della Spring School di diritto penitenziario in visita all'ex ergastolo

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“A Santo Stefano ho sentito il rumore dei miei pensieri”. Le riflessioni dei corsisti della Spring School di diritto penitenziario in visita all’ex ergastolo


“Una volta arrivato al carcere ho pensato che Santo Stefano non sembra un carcere”. “È un luogo in cui è impossibile arrivare, figuriamoci fuggire”. “A Santo Stefano ho sentito il rumore dei miei pensieri”. “Avrei voluto visitare questo posto da sola, senza fretta”. “Tornerò qui tra cinque o sei anni quando il progetto di recupero sarà finito, sono troppo curioso”. Sono le impressioni di alcuni corsisti della Spring School dal titolo “Pena e nuove tecnologie tra ‘trattamento’ e ‘sicurezza’” che si è tenuta dal 20 al 23 aprile Ventotene. Un evento di formazione, organizzato l’Università di Roma Tre e promosso dal professor Marco Ruotolo, che oltre a seminari, lectio magistralis e laboratori aveva in programma anche la visita all’ex ergastolo di Santo Stefano in Ventotene. Molti dei 70 giovani – per lo più avvocati, ma anche sociologi, storici, assistenti sociali e giornalisti – non avevano mai visitato Ventotene, nessuno era mai stato sull’isolotto di Santo Stefano.


“Mi auguro che questo luogo diventi quanto prima un luogo di memoria”, commenta Anna Acconcia, 31 anni, avvocata e dottoranda di ricerca in Diritto penale e criminologia, che per partecipare al corso ha viaggiato da Milano a Roma, poi fino a Formia e infine è salita sul traghetto in direzione di Ventotene. “Visitarlo e conoscerne la storia mi ha ricordato quanto possa essere difficile la realtà carceraria, quante esigenze vadano sapientemente bilanciate, ma mi ha ricordato, ancora una volta, di non perdere mai di vista l’irriducibilità della dignità della persona umana il cui rispetto abbiamo il dovere di tutelare ogni giorno, come studiosi e come operatori del diritto”.

L’ex carcere è incastonato nella cima di quest’isola e sembra quasi una fortezza, l’accesso è abbastanza ostico, noi siamo sbarcati all’approdo Quattro e abbiamo preso poi le scale di pietra per salire e arrivare alla struttura”, ricorda qualche giorno dopo la visita Giampaolo Romanzi, laureato in Giurisprudenza alla Sapienza, che collabora con l’associazione Antigone dal 2018 offrendo assistenza paralegale ai detenuti e che lavora in carcere almeno due volte al settimana. “Ho pensato subito alla bellezza del verde. Il carcere si trova letteralmente all’interno di un’esplosione naturalistica. Non c’è nient’altro a parte la struttura, solo rocce, piante”. Più di un corsista è rimasto dispiaciuto per non aver potuto visitare altri ambienti dell’ex carcere. “Erano in corso i lavori e abbiamo visto soltanto l’occhio di Dio,al centro del panopticon che mi ha affascinato – continua Romanzi – le celle non si potevano visitare e sicuramente questo è stato un limite per la nostra visita, non ha fatto scaturire dentro di me qualcosa di più importante, magari in futuro quando sarà finito il restauro sono certo che proverò emozioni diverse e ancora più potenti”.

 

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In effetti in quei giorni erano in corso i lavori preliminari avviati a febbraio che hanno consentito di liberare i locali dell’ex ergastolo da tutti i materiali, metterli in sicurezza e renderli accessibili per indagini, rilievi e futuri lavori. Decine di sacchi pieni di calcinacci erano stati appoggiati nella piccola stradina accanto alla casa dove un tempo viveva il direttore del carcere. Dal 9 maggio ha preso poi il via l’esecuzione dei rilievi architettonici di dettaglio. “Torneremo”, ripetevano i giovani più curiosi di seguire l’evoluzione del progetto di recupero. Non saranno gli unici a visitare il carcere con i lavori in corso perché Silvia Costa, commissaria straordinaria del governo per il recupero dell’ex carcere di Santo Stefano, ha sempre immaginato il cantiere sull’isolotto come un “cantiere-scuola”, un’area di lavoro temporanea, le cui finalità di messa in sicurezza, recupero e rifunzionalizzazione si realizzano attraverso la messa in campo di attività formative teorico-pratiche.



Nonostante la presenza degli operai e delle macchine, per Romanzi la visita è stata un’esperienza unica: “Mi ha colpito molto il silenzio e la pace che abbiamo incontrato durante la traversata, un po’ per merito del nostro gruppo, ma anche perché è un luogo isolato, inaccessibile, o comunque accessibile a un numero massimo di persone”. La racconta come una visita molto tranquilla e silenziosa. “E questo è molto raro –  commenta – Sono entrato in contatto con me stesso, sentivo il rumore dei miei pensieri. Non posso negare che avrei preferito un percorso storico un po’ più soggettivo magari focalizzato sulla storia di alcuni personaggi particolari”. Se il giovane giurista tornerà davvero, come ha promesso, tra qualche anno, vedrà il suo desiderio esaudirsi perché l’ex carcere diventerà un polo museale e alcune delle celle ospiteranno un percorso interattivo che racconterà la storia di detenuti comuni e di  detenuti illustri, come quella del futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini.

“Spero rimanga per sempre un ‘luogo del silenzio’, dove l’assenza di rumore possa favorire la riflessione. Mi ha stupita che tra i miei amici nessuno conoscesse l’ex ergastolo di Santo Stefano – aggiunge Alessandra Impagliazzo, operatrice sociale e consulente legale che ha scoperto la Spring School da volontaria del Difensore Civico di Antigone – ed è indicativo di una carenza importante, dal momento che sono circondata da avvocati e giuristi. È quindi importante che questa riflessione sia promossa anche tra gli ‘addetti ai lavori’ perché il carcere è il luogo dove il legale deve o dovrebbe incontrare il sociale”.

“Sembra esserci ancora troppo poco spazio per una progettazione in positivo delle pene, delle quali non dovrebbe essere mai dimenticato il fine, pena il tradimento della nostra Carta costituzionale”, riflette Anna Acconcia che ha ascoltato con attenzione, durante la visita, il racconto della piccola rivoluzione messa in atto da Eugenio Perucatti, direttore illuminato del carcere di Santo Stefano, che quando è arrivato sull’isola, per prima cosa ha letto ai suoi collaboratori l’articolo 27 della Costituzione, in vigore da appena cinque anni: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Luca Ieradi, romano, 24 anni, laureato in Giurisprudenza, è stato colpito dalla targa voluta da Perucatti che descrive l’ex carcere come ‘una scuola di alti pensieri’. “Già all’epoca un simile fine appariva tanto utopistico, quanto insperato. Ad oggi, dopo oltre cinquant’anni di abbandono della struttura carceraria, viene naturale chiedersi se sia veramente possibile rendere l’isola di Santo Stefano una scuola dove si elaborano pensieri elevati. Di primo acchito, visti i buoni propositi e le risorse messe a disposizione, si sarebbe portati ad affermare che da qui a pochi anni l’idea di vedere un centro di studi euro-mediterraneo sull’isola di Santo Stefano potrebbe divenire una solida realtà. È importante però tenere in considerazione un rischio, con la speranza che non si trasformi in realtà: che da una ‘scuola di alti pensieri’ si trasformi in un ‘cantiere dagli alti costi’”.


Oggi nessuno progetterebbe mai un edificio come questo, perché è cambiata l’idea della funzione della pena, da repressiva a rieducativa”, commenta Emiliano Iannuccelli, 37 anni, abruzzese. “Quando ci siamo affacciati all’interno del carcere ho chiuso gli occhi e ho immaginato i detenuti che erano sempre guardati a vista. Mi ha colpito quando la guida ha raccontato che per punizione frustavano un detenuto davanti a tutti gli altri. In una struttura così, dove si vede e si sente sempre tutto, la punizione è sempre esemplare, anche chi non vuole vedere o sentire, vede e sente”. Iannuccelli è un agente di polizia penitenziaria e lavora a Rebibbia, conosce il carcere da vicino ma immaginare la condizione in cui vivevano i detenuti a Santo Stefano lo fa rabbrividire: “Essere recluso qui doveva essere una pena che si aggiungeva a alla pena del giudice. Oltre alla privazione della libertà, ce ne erano tante altre. Quando abbiamo visitato il carcere abbiamo sentito caldo, ma pensa quando faceva freddo, che umidità… e poi quando pioveva!”.

Author: Giulia

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