Associazione per Santo Stefano in Ventotene ONLUS

Una storia che ha attraversato quattro secoli

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Una storia che ha attraversato quattro secoli

Lo scoglio di Santo Stefano, che ha una superficie di circa 28 ettari e dista circa un miglio dall’isola di Ventotene, è stato per quasi due secoli luogo di reclusione e di carcere duro per criminali e dissidenti politici.

In epoca borbonica, alla fine del ‘700, fu Re Ferdinando IV a volere a Santo Stefano un “bagno penale” la cui realizzazione fu affidata all’architetto Francesco Carpi, che decise di riprodurre la struttura emiciclica del Teatro San Carlo di Napoli, ispirandosi forse ai principi illuministici del pan-opticon ideato dai fratelli Bentham. La pianta a ferro di cavallo, oltre a delimitare lo spazio, doveva consentire una facile sorveglianza da parte delle guardie carcerarie su tutti i reclusi, che a loro volta dovevano percepire un controllo fisico e psicologico continuo.

Realizzato in breve tempo e con poca spesa (circa 300.000 ducati) grazie al lavoro manuale di un centinaio di detenuti deportati a Ventotene, la struttura fu ultimata nel 1797: su un perimetro interno di 207 metri affacciavano 99 celle di circa 16 mq ciascuna, dislocate su tre piani o sezioni identificate come inferno (celle al piano terra, senza feritoie), purgatorio e paradiso (al terzo piano, con una piccola feritoia da cui vedere un pezzetto di cielo). Da nessuna cella era visibile il mare o alcunché. Le celle dovevano in origine ospitare circa 370 detenuti, ma la capienza venne successivamente portata anche a 600 detenuti. Al piano terra, meglio controllabile, si trovavano i detenuti più facinorosi e due celle prive di finestre destinate alle punizioni. Al secondo piano l’infermeria.

Alle estremità dell’emiciclo, in un corpo di fabbrica con due torrette, erano alloggiati il personale di sorveglianza e quello sanitario. Completavano la struttura i magazzini, la mensa e gli uffici amministrativi. Al centro del cortile, una cappella per sottoporre i detenuti al controllo divino oltre che a quello umano. Si poteva assistere alla messa dagli spioncini delle celle.

Nella seconda metà dell’800 e con l’avvento del Regno d’Italia il complesso carcerario fu sottoposto a diverse modifiche strutturali, tra cui la divisione delle celle con un tramezzo in muratura e l’apertura di una nuova porta al posto della finestra interna all’esedra. Si ottennero così 64 celle per piano ad uso singolo per attuare il sistema dell’isolamento individuale continuo. Venne poi costruita la IV sezione di segregazione in una nuova struttura circolare all’esterno del piano terra, con 78 nuove celle intese ad ospitare prevalentemente detenuti politici e carcerati in punizione e sei celle di rigore con i letti di contenzione forzata. Il numero dei reclusi si stabilizzò in una media di circa 250. Tra fine ‘800 e inizio ‘900 furono realizzati altri fabbricati esterni: il più grande adibito ad alloggio del direttore, del cappellano e del personale amministrativo; poi il forno, la cappella, la lavanderia. Un piccolo cimitero raccoglieva i resti mortali dei detenuti non richiesti dai familiari. Alcune modifiche interne mutarono nel corso degli anni l’aspetto dell’emiciclo, suddiviso a spicchi per dividere i detenuti durante le ore d’aria. L’ultimo intervento del 1960 fu l’inopportuna costruzione di una pensilina in cemento armato all’ultimo piano dell’emiciclo, che ha messo a rischio la staticità della struttura.

Le celle furono inaugurate da circa 200 reclusi, utilizzati come manovalanza per il completamento della struttura. Con i moti napoletani del 1798-99 il carcere arrivò a contenere quasi 1000 detenuti, la metà dei quali politici e rivoluzionari.
Dopo una breve chiusura a seguito dell’evasione in massa organizzata nel 1806 da Fra’ Diavolo, il carcere tornò a funzionare per i rivoltosi del 1820, condannati alla pena capitale convertita in ergastolo e per i rivoluzionari del 1848. Luigi Settembrini, oppositore della dinastia borbonica, condivise la cella con Silvio Spaventa e a lui si devono puntuali annotazioni sulla vita e sulla popolazione carceraria.
Nel 1860 una rivolta dei detenuti portò alla costituzione di una “Repubblica di Santo Stefano”, che fu però stroncata sul nascere dall’intervento delle truppe sabaude.

Anche i Savoia, succeduti ai Borbone con l’unità d’Italia, utilizzarono la struttura per rinchiudervi dissidenti, intellettuali e contadini meridionali rivoluzionari definiti “briganti” come Carmine Donatello Crocco e Giuseppe Musolino.
Fu rinchiuso a Santo Stefano, tra gli altri, l’anarchico Gaetano Bresci, che aveva assassinato Re Umberto I a Monza nel luglio 1900 e che venne trovato morto in cella, in circostanze mai chiarite, pochi mesi dopo l’arresto nel maggio 1901. La stessa cella ospitò Giuseppe Mariani, condannato per l’attentato al teatro Diana di Milano del 1921 e protagonista con Santo Pollastro di una celebre rivolta nel novembre 1943.

Durante il regime fascista furono reclusi a Santo Stefano Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica, Umberto Terracini, futuro Presidente dell’Assemblea Costituente, Mauro Scoccimarro, poi ministri della Repubblica, mentre nella vicina Ventotene vennero confinati, tra i tanti, i federalisti Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, autori del Manifesto per una Europa libera e unita.

Nel corso degli ultimi anni della sua storia, dal 1945 al 1965, l’istituto di pena ospitò solamente detenuti comuni, condannati all’ergastolo o a lunga pena detentiva.

Vent’anni prima della legge di riforma carceraria del 1975, grazie all’iniziativa del direttore Eugenio Perucatti, venne attuato con successo a Santo Stefano un trattamento penitenziario sperimentale volto al ravvedimento e alla rieducazione dei detenuti. Sotto la sua personale responsabilità, dal 1952 al 1960, Perucatti cercò di dare dignità alla degradante condizione carceraria, facendo riferimento al dettato costituzionale (art. 27) relativo alle finalità rieducative della pena, valorizzando i rapporti personali con i detenuti e promuovendo sull’isola molte attività dirette al loro recupero (lavoro agricolo e artigianale, istruzione, pratiche religiose, rapporti con i familiari).

Nel 1965 venne disposta la definitiva chiusura del carcere e il complesso venne conferito al Demanio statale (il resto dell’isola è attualmente di proprietà privata).

Nel 1987 il penitenziario è stato dichiarato Bene di interesse particolarmente importante dal Ministero dei beni culturali ed ambientali.
Nel 1997-1999 sono state istituite l’Area marina protetta e la Riserva naturale statale di Ventotene e Santo Stefano. Le isole sono Sito di importanza comunitaria (SIC) e Zona di protezione speciale (ZPS) della Rete Natura 2000.
Nel 2008 l’intera isola di Santo Stefano è stata dichiarata Monumento nazionale con decreto del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Nel maggio 2016, dopo mezzo secolo di abbandono, il governo italiano ha stanziato un consistente finanziamento nell’ambito del Piano Cultura e Turismo destinato al recupero e alla valorizzazione della struttura.

Author: presidenza

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