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Forte Belvedere. Aldo Marzari: "Il valore storico di un luogo non può avere limiti provinciali o nazionali"

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Forte Belvedere. Aldo Marzari: “Il valore storico di un luogo non può avere limiti provinciali o nazionali”


A Lavarone, in Trentino Alto Adige, esiste un luogo che ha qualcosa in comune con l’isolotto di Santo Stefano in Ventotene pur essendo a più di mille metri sopra il livello del mare. Si chiama Forte Belvedere, Werk Gschwent in tedesco. È un museo che offre a circa 28.000 visitatori l’anno la possibilità di comprendere, anche grazie ad alcune installazioni multimediali, le atroci esperienze della Grande guerra. Proprio come Santo Stefano è un luogo della memoria dove si è sofferto e che ha visto il dolore.

Un altro aspetto in comune con l’isolotto ventotenese è la sua vocazione europea. In quest’ottica, infatti, nel 1999 il Comune di Lavarone, in collaborazione con il Tiroler Kaiserjäger-Bund di Innsbruck (Austria), ha istituito la Fondazione Belvedere-Gschwent. Così come recita lo statuto, la Fondazione non ha scopo di lucro e ha per oggetto l’amministrazione e la gestione della fortezza, sviluppando attività di valorizzazione della memoria storica nell’ottica di una cultura di pace.

Aldo Marzari, sindaco di Lavarone dal 2000 al 2010

“Una fondazione con soci transnazionali è una cosa tutt’altro che comune – racconta Aldo Marzari, sindaco di Lavarone dal 2000 al 2010 – Gestisce l’afflusso dei visitatori, stabilisce gli orari, cura la promozione, allestisce le mostre permanenti o temporanee, tiene i rapporti con le altre istituzioni museali della zona, mentre il Comune mantiene la proprietà dell’immobile”. È l’unica fondazione internazionale della provincia di Trento e nasce come “simbolo di un nuovo modo di pensare a un monumento storico come bene non limitabile nella sua importanza al solo contesto provinciale o nazionale, ma come patrimonio di tutti e come simbolo della follia della guerra”.

In realtà una memoria condivisa tra Austria e Italia è nata tra la gente ancora prima che a livello formale. “Nei primi anni Ottanta c’è stata una ripresa di interesse intorno alla nostra storia e l’intenzione di riallacciare i rapporti con la comunità austriaca che aveva visto l’emergenza dei profughi italiani nel loro territorio durante la Prima guerra mondiale – spiega Marzari – Molti uomini e donne ormai anziani, che avevano vissuto in prima persona quell’esperienza-  sono tornati lì e c’è stata, alla base, ancora prima del recupero del Forte e dell’idea di dar vita alla fondazione, una ripresa dei contatti”.

Arrivato davanti all’imponente fortezza, il visitatore inizia il percorso che sviluppa, sui tre piani della struttura, tre temi distinti: le sale del pianoterra sono dedicate all’origine dei forti degli Altipiani e in particolare a quella del Forte Belvedere; al primo piano vengono illustrate le operazioni militari e gli eventi bellici del territorio; l’ultimo piano offre al visitatore alcuni strumenti didattici, come la ricostruzione dell’ambiente della trincea, perché possa rendersi conto degli spazi e delle condizioni di esistenza del soldato nelle prime linee.

I tre temi sono distinti ma comunicanti, proprio come i piani. Nella prima sala del percorso, per esempio, si trova un prato fiorito su cui stanno per cadere le bombe (“Subito prima”), che rivela il suo vero significato al piano superiore, quando lo stesso prato si trasforma in un desolato campo di battaglia coperto dalla polvere e dai residuati dei proiettili (“Subito dopo”), in cui tutto è del “Colore della guerra”.

Il recupero dell’archivio storico, per il Forte Belvedere, non è stato centrale nella costruzione museale: “Purtroppo i documenti della guerra e dei fatti immediatamente successivi sono andati persi anche per la predisposizione della popolazione a dimenticare. Bisogna aspettare i primi anni Settanta per riprendere in considerazione quei fatti e cominciare a riflettere sul loro significato e, a quel punto, molto materiale era andato, ahimè, già perduto o disperso”.

Per la memoria popolare è stata fondamentale la costruzione della Rete dei Musei della Grande Guerra in Trentino. Lungo il fronte trentino, ai piedi di montagne disseminate di fortificazioni e trincee, sorgono infatti tanti musei dedicati alla Prima guerra mondiale che custodiscono materiali e immagini e ricordano un pezzo di storia che ha segnato in modo profondo il territorio, la popolazione e il paesaggio. Dal 2009 questi 19 musei si sono uniti in una rete. “Coinvolge tutti gli enti e i musei, grandi o piccoli, che hanno a che fare con la prima guerra mondiale solo in Trentino, non in Alto Adige. L’idea è nata dal museo della guerra di Rovereto che sovrintende tutta l’organizzazione – racconta Christian Merzi direttore della fondazione Belvedere-Gschwent – Ci riuniamo periodicamente. Non è una rete invasiva ma un’occasione di incontro e di scambio delle diverse esperienze dei musei e delle possibili strategie che si possono mettere in atto anche a livello comune per aumentare la visibilità”.

Nel corso degli anni, la rete ha scritto una guida di tutti i musei che viene venduta nei vari bookshop, ha uniformato la grafica degli opuscoli per renderli riconoscibili a prima vista, in alcuni casi, ha reso possibile uno scambio di competenze professionali, mandando gli esperti dei grandi musei nei musei più piccoli e, nell’ultimo periodo, anche di informazioni sulle misure di sicurezza da rispettare nei musei per evitare la diffusione del Covid19. In più esiste un libretto, immaginato per conservare i timbri di ogni visita al museo, che – se mostrato alla biglietteria – abbassa il prezzo dell’ingresso per chi ha già visitato un altro museo della rete.

Il Forte, concepito – come le altre fortezze degli Altipiani – per resistere in assoluta autonomia a bombardamenti che potevano durare per giorni e giorni, disponeva di ampi depositi, di un acquedotto munito di potabilizzatore, una centrale elettrica interna, un pronto soccorso per gli eventuali feriti, una centrale telefonica e una stanza di telegrafia ottica per poter comunicare con l’esterno. L’ex primo cittadino di Lavarone  ripercorrendo le tappe del progetto di recupero del Forte, racconta: “Il recupero era stato impostato dall’amministrazione precedente, io sono stato un continuatore. Una legge della Provincia autonoma, che da noi è l’equivalente delle Regioni nel resto d’Italia, consentiva di finanziare il recupero di testimonianze storiche e architettoniche. Così il Comune ha utilizzato circa 300.000 euro di fondi provinciali per garantire l’accessibilità e la sicurezza dei visitatori”.

Ma la fortezza è sempre stata aperta al pubblico. Nel primo dopoguerra il forte passò nelle mani del Demanio che lo subaffittò per un lungo periodo al Comune di Lavarone. Diversamente dalle altre fortezze degli Altipiani, per decreto regio di Vittorio Emanuele III, Forte Belvedere si salvò dalla demolizione ordinata dal governo fascista in tempo di autarchia. Negli anni 60-70 è stata venduto a un privato, che ha costruito un piccolo punto ristoro e ha reso l’edificio minimamente visitabile, poi negli anni Novanta il Comune lo ha riacquistato. Percorsi, laboratori, mostre e convegni, però, trovano un loro spazio soltanto dal 1998.

“Il museo ha avuto un momento molto felice proprio in quegli anni, dal 1998 al 2001, anche perché avevamo allestito grandi esposizioni come quella sui pittori di guerra – ricorda Marzari – poi c’è stata una fase di rallentamento e dopo, con l’approssimarsi del centenario della Grande guerra, una ripresa. Ovviamente nel 2020 il lockdown e la pandemia hanno fatto la loro parte”. Il Forte, come assicura l’ex sindaco di Lavarone, con il recupero, progettato dagli architetti Francesco Collotti e Giacomo Pirazzoli, non è stato trasformato, ma soltanto reso realmente accessibile. Sia dal punto di vista pratico, con lavori di messa in sicurezza di tipo architettonico, sia a livello museale, grazie a diverse istallazioni multimediali: “Intorno al 2008 è stato realizzato il primo pacchetto di installazioni. L’idea è sempre stata quella di mantenere intatta la natura del forte e di aiutare e accompagnare la visita del turista. Può osservare i reperti classici, leggere i pannelli  ma anche immergersi nella storia – racconta Merzi – Nel nostro museo ci sono molte installazioni di carattere visuale, con brevi filmati che vengono proiettati direttamente sul muro. E grande peso viene dato anche ai suoni: i rombi dei cannoni e le voci dei soldati che suonano frenetiche aiutano le persone a immaginare com’era la vita che si conduceva nella fortezza”.

Per Marzari l’errore da non commettere, in recuperi di questo tipo, è proprio quello di compiere lavori che cancellino la storia invece di raccontarla, per questo motivo, bisogna essere rispettosi nei confronti del monumento. “Ogni bene storico ha una sua particolarità. Noi ci troviamo nel cuore di una linea fortificata che è imponente, perché era composta da sette fortezze molto simili alla nostra, e quindi ci siamo sentiti pungolati a essere tra i primi a riproporre alla riflessione queste reminiscenze storiche”, racconta l’ex sindaco.

Giulia Ciancaglini

Author: Giulia

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