Associazione per Santo Stefano in Ventotene ONLUS

Il Manifesto. 22 agosto 2020

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Il Manifesto. 22 agosto 2020

MARIA TERESA CARBONE

Come in tutte le isole, a Ventotene il distanziamento è dimensione di vita,pratica acquisita nei tempi lunghi della storia – e qui, terra di esilio e di confino da duemila annifin quasi ai nostri giorni, più che altrove. Sarà per questo che quando chiedo ad Annarita com’ èandata con il lockdown, lei scuote le spalle e risponde senza esitare: «Benissimo». Poi una pausa: «Iproblemi semmai vengono ora».

Di cognome Annarita si chiama Matrone. La sua famiglia abita nell’isola da generazioni, da quando,nella seconda metà del Settecento, il re di Napoli Ferdinando IV di Borbone emanò un decretopromettendo casa e terreno a chi fosse disposto a trasferirsi in questo luogo bellissimo e inospitale,privo di sorgenti d’acqua dolce e battuto da venti violenti. All’appello – così vuole la storia locale, intrisa di leggenda e di racconti orali – risposero per prime ventotto famiglie provenienti daTorre del Greco e da altre località della Campania: i Matrone appunto, i Romano, gli Aiello, gli Iacono…

Annarita, biologa, lavora per il museo dedicato alle migrazioni degli uccelli che ha sede in un edificio nella parte alta di Ventotene, il vecchio Semaforo occupato dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Fra i suoi compiti, guidare noi forestieri per sentieri impervi e polverosi allascoperta di piante profumate di cui ci spiega, insieme rapida e appassionata, gli usi – un sapere difamiglia, più che di studi universitari – su su fino a un tramonto fatto apposta per Instagram, ilcerchio fiammante del sole che si immerge nel mare color indaco. Solo il raggio verde ci elude, e verrebbe da dire: per fortuna.
È una stupenda serata d’estate e i mesi della quarantena sembrano lontanissimi. Ce lo ricordanoimplacabili le mascherine che portiamo, adesso – all’aria aperta – ammainate sul mento o appese albraccio, ma prima, dentro il museo, con doverosa disciplina a coprire naso e bocca.

A Ventotene finora non ci sono stati casi di questa malattia nuova con il suo nome alieno, da bruttofilm di fantascienza, il Covid-19. E non devono essercene, aveva detto al telefono un agente immobiliare, altrimenti salta tutto, in un’isola di neppure due chilometri quadrati. Un’isola che d’inverno ha tre o quattrocento abitanti stanziali e adesso si riempie giorno dopo giorno di persone desiderose di sole, di mare, di vacanza, dopo una clausura che ha cancellato la primavera.
La voglia di normalità e la necessità di cautela procedono di pari passo, sghembe, come una coppiamale assortita ma costretta dai fatti a rimanere solidale. Ai nuovi arrivati la temperatura vienepresa due volte, all’imbarco a Formia e di nuovo quando si scende dall’aliscafo, quasi fosse possibileammalarsi nella traversata di un’ora e un quarto.

E al piccolo supermercato in piazza Castello si fa la coda fuori come ai tempi del lockdown, perchénon possono entrare più di tre persone alla volta. Ma sull’unica spiaggia lunga dell’isola, Cala Nave,e sugli scogli piatti sotto il faro, là dove duemila anni fa i Romani costruirono le peschiere perrifornire la tavola della villa imperiale, la distanza fra i lettini in certi momenti scende ben sottoil metro regolamentare. E la sera nei ristoranti capita che le mascherine dei ragazzi di servizio aitavoli tendano a calare a mano a mano che le ore passano e affiora la stanchezza.

A Ventotene, come in gran parte d’Italia, il turismo è il motore dell’economia. Ma la domanda, qui ealtrove, si impone oggi – con la pandemia ancora in corso – più urgente che mai: quale turismo? qualeeconomia?
«Dobbiamo stare molto attenti», dice Fabio Masi della libreria Ultima spiaggia. E non si riferiscesolo al rischio del coronavi rus.

La libreria di Ventotene è nota anche fuori dai confini dell’isola, e a ragione, perché è la provaconcreta della vitalità di un mestiere che in tanti considerano morituro o già morto. Ventotenese perparte di madre, Masi ha allestito lo spazio – l’antica farmacia del paese – con la mano sicura di chiha alle spalle parecchi anni di esperienza e ha capito che per venderli, i libri, bisogna conoscerli econoscere chi li compra o li potrebbe comprare. Una parete è dedicata ai libri di mare, mentre lasaletta interna, piena di copertine colorate, attira a ogni ora le bambine e i bambini che giocanosulla piazza, e in libreria entrano con la disinvoltura degli habitués, per nulla impacciati dallamascherina. Ovviamente non mancano le novità, ma sono selezionate con discernimento, mettendo inrisalto le proposte degli editori indipendenti accanto ai vincitori dei premi letterari. E il bancoall’entrata è occupato dai libri sulla storia di Ventotene, molti dei quali pubblicati dalla stessaUltima spiaggia – non solo libreria, ma anche minuscola casa editrice.

È una scelta precisa, un modo chiaro di ricordare a chi arriva sull’isola, magari scendendo per pocheore da una barca, che il turismo non è neutro, che ogni luogo possiede tratti unici, e questo inparticolare ha alle spalle un isolamento lungo, ben oltre l’attualità in cui siamo calati.
Di Ventotene l’isolamento ha plasmato nei secoli la forma e l’esistenza, da quando Augusto – dopo averfatto costruire la sontuosa villa di Punta Eolo, scavando nel tufo dell’isola allora disabitata – virelegò la figlia Giulia, rea di malcostume (cioè di ribellione), fino al confino fascista, la«villeggiatura» cui furono costretti tanti di coloro che si opponevano alla dittatura o erano comunqueconsiderati pericolosi.

Fra gli altri, Umberto Terracini, Camilla Ravera, Pietro Secchia, e poi Eugenio Colorni, Ernesto Rossie Altiero Spinelli, che qui elaborarono il Manifesto per un’Europa libera e unita: il Manifesto diVentotene, appunto.
Una storia inseparabile dall’altra, quella dell’isolotto di fronte, verso cui lo sguardo è attrattocome da una calamita: Santo Stefano, compatta massa rocciosa sulla cui sommità si distingue il profilodel carcere borbonico, eretto negli ultimi anni del Settecento sullo schema del panopticon di JeremyBentham.

E a proposito di isolamento: «Ogni cella ha una porta ed una piccola finestra ferrata che guardano nel cortile; e sul muro opposto ha un buco o feritoia lunga un palmo, stretta tre dita, dalla quale trapassa l’aria esterna», scrisse nelle sue Ricordanze Luigi Settembrini, alla metà del XIX secolo rinchiuso per otto anni a Santo Stefano, uno degli ospiti celebri della prigione, come l’anarchico regicida Gaetano Bresci e il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Negli ultimi tempi le visite allo storico penitenziario, definitivamente dismesso nel 1965, sono statesospese: insicuro l’approdo, fatiscente la struttura. I 70 milioni di euro stanziati nel 2016 per ilrecupero del carcere sono rimasti fermi in quello che i media locali definiscono un «limboburocratico» – il solito impasto di cavilli, microconflitti e inerzia, che tanto influiscesull’andamento delle cose in Italia.

Adesso, però, la situazione pare essersi sbloccata. Nominata a gennaio commissario straordinario delgoverno per Santo Stefano, l’ex europarlamentare Pd Silvia Costa non si è arresa al rallentamento daCovid-19 e ai primi di giugno ha organizzato un tavolo istituzionale in cui è stato firmato un accordotra Mibact e Invitalia, l’agenzia nazionale per lo sviluppo, ed è stata rinviata di un anno, a fine2021, la scadenza entro la quale il progetto di recupero deve essere operativo, pena la restituzionedei soldi stanziati.

Che sia presto per brindare è evidente, ma «di sicuro è un passo notevole», commenta Anthony Santilli,curatore del Centro di ricerca sul confino politico e la detenzione. Certo, tenendo conto che il tempoè poco e il decorso della pandemia resta vago, la definizione del progetto si prevede complicata.
I nodi da affrontare sono grandi, dalle modalità di restauro del complesso borbonico alla messa insicurezza degli approdi in quella che è anche un’area marina protetta, ai criteri di un recupero direspiro insieme locale ed europeo, come auspica l’Associazione per Santo Stefano in Ventotene, che sibatte da anni per valorizzare il carcere in una prospettiva che metta in rilievo i legami forti tra ledue isole.

Ma in questa sera d’estate, con le persone che chiacchierano sedute ai tavolini e i bambini che sirincorrono al centro della piazza, prevale l’ottimismo. Sul muro accanto all’ingresso di un caffè c’èuna targa, «qui aveva sede una delle mense dei confinati», uno dei molti discreti segnali cheVentotene offre a chi viene da fuori perché la sua visita non resti ingabbiata nel «qui e ora» deltuffo in mare e della cena in pizzeria. Sono questi richiami al passato, come la miscela di competenza e di passione delle guide che conducono nei luoghi storici e naturalistici dell’isola, a rendere speciale il turismo di Ventotene – un bene da non disperdere, anche e soprattutto nei tempi duri della crisi.

Author: Giulia

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