Associazione per Santo Stefano in Ventotene ONLUS

Claudio Sarzotti, direttore del museo dell'ex carcere di Saluzzo: "Conserviamo la memoria, facciamo rete"

  • Giulia
  • Nessun commento

Claudio Sarzotti, direttore del museo dell’ex carcere di Saluzzo: “Conserviamo la memoria, facciamo rete”

La Castiglia di Saluzzo

Nella fortezza di Saluzzo vivevano prima i marchesi e poi, dal 1828 fino al 1992, i detenuti della città. Oggi la stessa struttura ospita il Museo della Memoria Carceraria di Saluzzo, diretto da Claudio Sarzotti, professore universitario di Sociologia del Diritto all’Università di Torino. Questo colloquio è il primo di una serie sui luoghi che hanno ispirato un progetto di recupero simile a quello di Santo Stefano in Ventotene.

La Castiglia, costruita tra il 1270 e il 1286 dal marchese Tommaso I in cima al borgo medioevale, è stata un istituto di reclusione per quasi due secoli e ha accompagnato la fase risorgimentale, i primi decenni dell’Unità nazionale, il ventennio fascista e le vicende della Repubblica. Nel 2010, il Comune di Saluzzo ha assegnato a Sarzotti l’incarico di curatore scientifico dell’allestimento e il 22 febbraio 2014, nel giorno dell’inaugurazione, l’edificio ha cambiato ancora una volta funzione ed è diventato un museo.

La storia dell’ex carcere della cittadina piemontese ha qualcosa in comune con quella del Panopticon sull’isolotto di Santo Stefano: sono stati istituti penitenziari e per salvare la memoria di entrambi i luoghi si è pensato a un progetto di recupero che prevedesse un polo museale. Ma a Saluzzo il carcere ha smesso di ospitare detenuti nel 1992, mentre sono passati più di cinquanta anni dall’ultima volta che le celle sono state chiuse dalle chiavi di un agente di custodia a Santo Stefano, nel 1965.

Tutti e due i luoghi sono, a modo loro, difficili da raggiungere. “A Saluzzo non arrivano né il treno né l’autostrada”, racconta Sarzotti. A Santo Stefano sono in corso, proprio in questi giorni, i lavori per un approdo in sicurezza. Ma nonostante le difficoltà, ora Saluzzo ha un museo carcerario che ospita circa 14.000 visitatori all’anno. E anche Santo Stefano presto aprirà di nuovo le sue porte grazie al progetto di recupero e valorizzazione coordinato dal Commissario straordinario del governo, Silvia Costa.

Uno storytelling al passo con i tempi
“Per alcuni anni la struttura è rimasta abbandonata e per questo sono pochi gli oggetti che siamo riusciti a salvare – racconta Sarzotti – I detenuti qui vivevano in grandi stanzoni da 15 persone circa ma c’erano anche delle celle d’isolamento. Sono molto suggestive e abbiamo scelto di creare lì il museo carcerario. Abbiamo lasciato i graffiti ma a volte rischiano di essere nascosti dalle proiezioni e così li abbiamo anche fotografati e riprodotti”. Secondo il professore il primo problema è la mancanza di cultura della memoria da parte dell’amministrazione penitenziaria: “Oggi il carcere ha tanti problemi e quello della gestione degli archivi passa in secondo piano. Mi sono accorto che paradossalmente è stato molto più facile ricostruire la storia ottocentesca del carcere di Saluzzo che quella contemporanea”.

A Saluzzo il direttore ha cercato di sfruttare al meglio le opportunità dello storytelling museale: “La parola ‘museo’ oggi non vuol dire più semplicemente prendere una cosa e metterla a disposizione dell’osservazione di chiunque. Il nostro obiettivo è quello di coinvolgere il visitatore, fargli ascoltare le voci dei detenuti, dei direttori e degli agenti di polizia penitenziaria”. Ecco perché quando il professore di Sociologia del Diritto è stato individuato come possibile coordinatore del progetto ha pensato subito all’allestimento multimediale: per ogni cella è stato realizzato un video che viene proiettato sulle mura e che racconta una parte della storia di Saluzzo o quella dell’invenzione del carcere e della detenzione premoderna, la vita di Silvio Pellico – che è nato proprio a Saluzzo – o le vicende dei detenuti antifascisti. E durante la visita ci si imbatte in alcuni ologrammi in 3d, realizzati grazie alle performance di attori professionisti.

Una delle celle allestite nel Museo della Memoria Carceraria di Saluzzo

Al direttore piace moltissimo l’idea di realizzare a Santo Stefano un luogo dove poter pernottare: “Significherebbe restituire agli studiosi qualche aspetto dell’esperienza della vita detentiva, potrebbero rimanere per più giorni sul posto per conoscerlo e studiarlo a fondo, invece di andare in una biblioteca o in un archivio. Noi abbiamo dedicato una biblioteca a Giulio Regeni con questa idea, ma a Saluzzo abbiamo spazi diversi. L’idea della foresteria è perfetta per un pubblico di esperti che è ‘di nicchia’ ma che dobbiamo comunque coccolare”.

Sarzotti osserva anche cosa succede all’estero: Il museo di Philadelphia è uno dei più importanti istituti penitenziari del mondo. L’hanno lasciato intatto, con muri cadenti anche se in sicurezza, e hanno costruito un percorso museale. Hanno una squadra di archivisti e di storici formidabile. È una struttura straordinaria che ha costruito un sito internet r

Claudio Sarzotti

icchissimo di informazioni che consente di rivivere e approfondire la visita al museo, un aspetto quest’ultimo fondamentale per un museo voglia creare una comunità di appassionati“, sottolineando anche che, quando si lancia un nuovo museo, il sito deve essere realizzato e poi aggiornato con cura e attenzione, così come deve essere molto curato il profilo sui social network.

“Noi abbiamo cercato in tutti i modi di non trascurare l’aspetto scientifico e di unirlo con quello più strettamente emotivo. L’emozione che suscita la visita a luoghi di estrema sofferenza deve servire di stimolo alla riflessione. Vorrei che il visitatore uscisse dal museo con l’idea che il carcere è un’invenzione moderna, un progetto di costruzione del cittadino delle nascenti democrazie ottocentesche, poi in gran parte fallito, ma di grande interesse per la storia dell’intera società occidentale, come ci ha insegnato Michel Foucault“: racconta Sarzotti che, oltre a essere docente universitario e direttore del museo, è anche uno dei responsabili scientifici del polo di formazione dell’Associazione Antigone. “Quello che ci è costato di più in termini di tempo è stato l’archivio iconografico – racconta – è stato un lavoro molto complesso ma necessario per realizzare i video e per fare gli allestimenti interni”.

Un graffito, repertato dal fotografo Davide Dutto, in cui si scorge con chiarezza la data del 1742 e la parola tavolaccio con la elle scritta a forma di forca per l’impiccagione.

E ricorda che la struttura a Panopticon, come quella di Santo Stefano, è un progetto astratto molto diffuso nei libri quanto raro nella produzione architettonica. “Quando si tratta di un carcere borbonico però è molto più difficile studiare l’archivio, mentre i Savoia erano precisi, si è solito pensare che i Borboni non lo fossero molto – aggiunge – Ma questo progetto di recupero di Santo Stefano potrebbe anche toccare uno stereotipo e distruggerlo perché costruire un carcere di quel tipo non è certo una cosa da regno arretrato”.

Se potesse tornare indietro, il direttore questa volta non commetterebbe un errore: pensare che dopo aver tirato su il progetto, questo si promuova da solo. “Nel nostro caso l’errore fondamentale è aver trascurato la parte di promozione, il lancio, l’aspetto di collegamento con i media e con le agenzie turistiche – racconta con sincerità Sarzotti – Come spesso accade quando ci sono questi finanziamenti pubblici (nel caso di Saluzzo, un finanziamento europeo ndr) ti finanziano solo fino al giorno di inaugurazione”.

La formazione e il confronto tra diverse professionalità
“Io sono un professore universitario e non mi sono mai divertito così tanto”, dice il direttore del Museo mentre racconta il periodo in cui lavorava all’allestimento del museo. Le strumentazioni multimediali, secondo lui, oltre a essere un momento di confronto tra professioni diverse nella fase della realizzazione, sono uno stimolo in più per le scuole che organizzano una visita al museo. “E non solo quelle di secondo grado ma anche per gli studenti dell’Università. Io porto sempre le mie classi qui perché lo trovo davvero formativo”, aggiunge.

La formazione e l’educazione possono essere l’obiettivo di chi sceglie di visitare il carcere, ma possono essere anche uno strumento per conservare la memoria di un luogo. Partendo proprio da quest’idea, a Saluzzo è nato il progetto “Io mi ricordo”, che raccoglie testimonianze orali sul carcere della città. “Con l’aiuto dell’associazione Granai della memoria, abbiamo formato una ventina di persone sul modello che aveva utilizzato Steven Spielberg sulla Shoah perché raccogliessero testimonianze audiovisive corrette dal punto di vista tecnico – racconta Sarzotti – e i video sono tutti caricati sul sito, a disposizione di chi vuole conoscere anche senza venire a Saluzzo”.

Pagine d’archivio che raccontano la storia di alcuni detenuti di Saluzzo

I luoghi della storia della detenzione
“In Francia ci sono due pietre una sull’altra e ne fanno un sito archeologico”, dice Sarzotti che già ha in mente una rete museale nazionale: “E Santo Stefano potrebbe essere un nodo fondamentale”. Il direttore ha già iniziato a costruirla sul territorio piemontese ma vorrebbe collegare i luoghi della penalità di tutto il paese. “In Piemonte mi sono accorto che ci sono tante associazioni che vogliono fare soltanto la loro parte e non vogliono fare rete. Secondo me bisogna riuscire a eliminare la dinamica della pro loco”, spiega.

La rete che immagina non comprende soltanto i musei che si trovano all’interno di ex carceri ma ogni luogo in Italia che racconti, a modo suo, un pezzetto di storia carceraria: “A Torino c’è il museo Lombroso, che non è propriamente carcerario ma si occupa anche di questioni legate alla detenzione. Rientra nella rete che immagino – racconta il professore – Così come le strutture che hanno avuto funzioni militari e che sono state anche carceri, penso per esempio il Forte di Gavi, in provincia di Alessandria”. E nella sua idea anche gli ex manicomi, gli ex carceri femminili o minorili non vanno trascurati perché la memoria di quei luoghi è preziosa. “Soltanto in Piemonte ne ho individuati una ventina. Pensa quanti potrebbero essere in Italia. Il valore della rete è la possibilità di organizzare mostre itineranti, di creare scambi reali e intrecci”.

Questo progetto può sembrare un’utopia ma il professore ha iniziato a immaginarlo alcuni anni fa quando agli Stati generali dell’esecuzione penale, organizzati dall’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando, aveva coordinato un tavolo e lanciato la proposta di una rete sulla storia della penalità. “Al tempo la risposta è stata deludente – racconta Sarzotti – Hanno molto materiale raccolto nel Museo criminologico a Roma, ma non viene valorizzato. Il museo è chiuso da tempo e non c’è alcun progetto per farlo riaprire anche per il post-covid. Mancano, tra l’altro, nell’amministrazione le competenze professionali per gestire un sito così importante”. Una rete, in mano a persone competenti potrebbe anche rappresentare, secondo il direttore del Museo della Memoria carceraria di Saluzzo, un grande investimento nel turismo culturale. “All’estero il turismo carcerario ha preso già piede, in Italia deve ancora succedere. Ma la ricchezza che abbiamo noi non si trova altrove”.

Giulia Ciancaglini

Author: Giulia

Lascia un commento

Translate »