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Il fotografo Mohamed Keita: “Ho cercato di mettere a fuoco il futuro di Santo Stefano”

Mohamed Keita – L’isola di Santo Stefano

“Qui c’è tutto ciò che avevo quando sono arrivato in Italia, questa è la primissima fotografia che ho scattato”. Un cartone, una busta di plastica piena di vestiti e una borsa nera. Tutta la sua vita in un bagaglio. E in uno scatto. Mohamed Keita, 28 anni compiuti lo scorso febbraio, ricorda con tenerezza la prima foto del suo progetto Roma 10/20. A quel tempo immortalava i momenti con una macchina fotografica che non era sua. Ora è un fotografo di fama internazionale, chiamato da Marco Delogu per fotografare l’ex ergastolo di Santo Stefano in una mostra al Museo Nazionale di Roma, Terme di Diocleziano, dal titolo “La memoria del dolore. Un progetto di rinascita”. Proprio oggi (10 giugno) il Commissario straordinario Silvia Costa ha organizzato un “finissage“. Keita ha vissuto il dolore sulla sua pelle e raccontarlo con le immagini non lo spaventa: è stato detenuto, in Libia e a Malta, e ha subìto l’esperienza del mare come ostacolo verso la libertà. Anche per questo Delogu ha voluto scoprire il suo sguardo su Santo Stefano.

La prima fotografia scattata da Mohamed Keita

“Quando ho lasciato casa avevo soltanto 13 anni, ho viaggiato per diversi paesi prima di arrivare in Italia, ma una volta qui ho iniziato a vedere il mondo da un’altra prospettiva”, racconta Keita. Da ragazzo è stato costretto ad andare via dalla sua terra, la Costa d’Avorio, per scappare dalla guerra civile che gli aveva portato via alcuni dei suoi affetti più cari. Ha impiegato anni per arrivare a Roma dove per diverso tempo ha vissuto per strada – o come dice lui “ho vissuto la strada” – in via Marsala, vicino a Termini, la stazione più grande della capitale. “Il mondo in Italia mi sembrava un mondo nuovo – ricorda – non avevo però ancora un modo per raccontare tutto quello che vedevo”. Poi ha trovato la fotografia e non ha più smesso di farlo.

Si è avvicinato all’associazione il Civico Zero, un centro diurno per i minori, un posto di incontro, pieno di persone pronte ad aiutare i giovani migranti arrivati da soli in Italia. “Un ragazzo di Salerno che studiava fotografia veniva ogni mercoledì per fare volontariato: ci insegnava a usare la macchina fotografica. Il mercoledì è diventato molto presto il mio giorno preferito –  racconta Keita – Piano piano, mi sono appassionato e all’inizio con la macchina fotografica ho cercato di descrivere le condizioni in cui mi trovavo in quel periodo. Ecco perché la mia prima foto ritrae il mio bagaglio”. Quando l’ha scattata non si sentiva un fotografo: voleva soltanto che quel ricordo diventasse qualcosa di visivo, perché del suo lungo viaggio non aveva neanche un’immagine.

Poi i suoi scatti sono finiti tra le mani di un professore di una scuola di fotografia privata che ha deciso di regalargli un corso. “Lui mi ha insegnato tantissimo, mi ha fatto un dono e ancora oggi siamo tanto legati”, ricorda. Parla di quell’incontro come di una grande fortuna, ma non tutto per Keita è stato un regalo. La sua prima macchinetta, per esempio, ha potuto comprarla soltanto dopo aver messo da parte i soldi. “Ho lavorato come facchino in un albergo per più di sette anni a Roma”. Per tutto il resto del tempo, girava per la città con la macchina fotografica al collo. La prima era una Canon 1100. Ora, anche se è convinto che le macchine siano solo strumenti, si diverte con mezzi molto più performanti.

La sua storia è la testimonianza che basta poco per aiutare qualcuno che vuole essere aiutato per poi provvedere agli altri. Keita ha imparato la fotografia da qualcuno che voleva regalare agli altri il suo tempo. E ora, tornato in Africa, nel Mali, nel 2017 ha dato vita al centro Kenè, che in mandingo significa “ spazio”, un luogo dove insegnare ai giovani africani un nuovo modo per guardare il mondo. La fotografia, appunto. “Io non ho aperto la scuola soltanto per gli africani – sottolinea il fotografo – anche in Italia faccio tanti laboratori. Penso che quando qualcuno ti dà la possibilità di conoscere qualcosa, anche tu devi fare lo stesso”. Keita sa bene che questi giovani studenti non diventeranno fotografi come lui. “Almeno non tutti”, scherza. È un altro il motivo che l’ha spinto ad aprire il centro Kenè: “Questa professione ti costringe a scoprire te stesso e gli altri. Per questo la scuola insegna, non tanto la tecnica, ma un modo nuovo per i ragazzi di esprimersi”. Gli scatti di Keita esposti alla mostra alle Terme di Diocleziano, assieme al gruppo di foto di Pier Vittorio BuffaAlessio Castagna e Stefano Costa, potranno essere acquistati in una raccolta fondi i cui proventi andranno a sostenere proprio le attività del laboratorio Kenè in Mali che – “finalmente”, dice il maestro – sono ripartite dopo un blocco dovuto alla pandemia.

Tanti hanno parlato di lui come il “fotografo dei migranti”, per la sua storia e per i suoi primi scatti. Ora preferirebbe che le persone si rapportassero a lui senza mettergli sempre addosso quell’etichetta del migrante che ha vissuto esperienze drammatiche. “Troppo spesso la gente non guarda quello che uno fa ma soltanto quello che uno è. Io prima di essere uno straniero immigrato, sono una persona. E faccio fotografie al quotidiano, non voglio limitarmi a raccontare le storie dei migranti”, spiega.

A Santo Stefano, per esempio, tutti i visitatori sono stranieri perché l’isolotto è disabitato da quando l’ex ergastolo è stato chiuso nel 1965. Lì Mohamed Keita non è stato un “fotografo di migranti”. “Appena arrivato lì, ho pensato subito ai detenuti e a cosa facevano su quest’isola dalla quale non si può fuggire”, racconta. Il carcere, per lui, non si limita alle mura dell’edificio. Il carcere è l’isola stessa. Forse proprio per questo Keita ha scelto di fotografare un suo percorso, è entrato nell’ex ergastolo ma poi ha anche iniziato a girare intorno alla struttura, immortalando il mare e le strade, come se stesse camminando in cerca di ipotetiche vie di fuga. Come se fosse un detenuto di quel carcere, di quell’isola. “Ho cercato di fotografare quel luogo magico non declinato soltanto al passato e al presente, ma anche al futuro”, racconta, riferendosi al progetto di recupero e valorizzazione portato avanti dal Commissario straordinario Silvia Costa.

Mohamed Keita

Nello sguardo del fotografo oltre a una riflessione sullo spazio, si trova anche una meditazione sul tempo. In particolare, sul tempo immobile, che non passa. Racconta di quando, prima di arrivare in Italia, in fuga dalla Costa d’Avorio, ha vissuto in carcere in Libia per cinque mesi e poi a Malta chiuso in una stanza con cinquanta persone per un anno intero. “In carcere, così come in un campo di detenzione, una giornata diventano due. Ho provato a fotografare Santo Stefano restituendo quel senso di vuoto, del tempo che non passa più”, spiega. Ricorda con dolore quei giorni infiniti in cui è stato privato della libertà, ma che gli hanno insegnato una grande lezione: “Ho imparato a non guardare solo dove mi trovo in un preciso momento, ma anche da dove sono partito, dove sono e dove sarò. Ho imparato a pensare che domani è un altro giorno  – racconta – Lo stesso deve succedere per Santo Stefano, guardiamo oltre al passato, troviamo il coraggio di guardare al futuro”.

Giulia Ciancaglini 

Author: Giulia

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