Associazione per Santo Stefano in Ventotene ONLUS

L'ex direttrice del carcere di Cassino Irma Civitareale: "Ecco la vera storia dell'archivio di Santo Stefano"

  • Giulia
  • 1 commento

L’ex direttrice del carcere di Cassino Irma Civitareale: “Ecco la vera storia dell’archivio di Santo Stefano”

“La storia dell’archivio di Santo Stefano è un pezzo della mia storia. Io ho sempre voluto salvare quella memoria”. Irma Civitareale, direttrice del carcere di Cassino dal 1993 al 2019, conosce meglio di chiunque altro l’archivio dell’ex ergastolo di Santo Stefano in Ventotene, che nei giorni scorsi è stato trasferito nell’Archivio di Stato di Latina. È stata lei a mettere in salvo quel pezzo di storia e a restituirgli dignità.

“Poco dopo aver assunto la direzione sono venuta a sapere della presenza dell’archivio di Santo Stefano. Tutti lo chiamavano il ‘versamento di Santo Stefano’- racconta – Nessuno durante il passaggio di consegne me ne aveva mai  parlato'”. Le carte che raccontano la storia dei detenuti di Santo Stefano, in realtà, erano arrivate a Cassino molto prima, probabilmente nel 1965, quando l’ergastolo è stato chiuso. E la memoria storica del loro arrivo era il cappellano della casa circondariale di Cassino, che ha vissuto nel carcere dal ’52. La direttrice chiese proprio a lui informazioni sul cosiddetto ‘versamento di Santo Stefano’ e il cappellano le raccontò di quando alcuni camion pieni di documenti, senza inventario, arrivarono a Cassino. “Le hanno soltanto ‘versate’, scaricate come fossero spazzatura – spiega Civitareale – È impossibile dire cosa conteneva in origine l’archivio perché non è arrivato con un inventario. E chissà quanta roba è andata perduta, e lo dico con molto rammarico, perché forse ne avrei potuta salvare anche di più”.

La direttrice, dopo aver scoperto la sua esistenza, ha iniziato a osservare e a studiare l’archivio. “Era in condizioni pietose: buttato negli scantinati e in una sezione del carcere molto umida che al tempo era chiusa. Se fosse stato in una casa, sarebbe stato abbandonato in uno sgabuzzino, insieme a cose vecchie che non interessano più a nessuno, oppure sparso in tutti i luoghi in cui poteva non dare fastidio”. Così era conservata la memoria dell’ergastolo di Santo Stefano prima che Irma Civitareale si impegnasse per salvarla. “Io sono una persona molto curiosa, mi affeziono alle storie”, aggiunge. Un senso di responsabilità e un pizzico di curiosità hanno spinto la direttrice nel lavoro di recupero dell’archivio.

Solo grazie a lei, in una stanza in fondo a sinistra, nel carcere di Cassino, da allora fino a pochi giorni fa (maggio 2021), in ordine tra gli scaffali sulle quattro pareti, è stata ospitata con cura la storia dell’ex carcere di Santo Stefano. Nel mondo penitenziario, da sempre, la storia coincide con la matricola, il numero che viene assegnato a ogni uomo che arriva in carcere perché è in attesa di giudizio o è stato condannato a una pena. Ogni istituto ha un ufficio di matricola, che si occupa dei fascicoli personali dei condannati, dove vengono registrati quando arrivano, costantemente aggiornati con le richieste, la corrispondenza e le annotazioni sulla salute di ogni detenuto. Nell’archivio ci sono poi le rubriche, gli ordini di carcerazione e scarcerazione, gli appunti degli agenti carcerari e i registri di protocollo. Tra la polvere e la carta ingiallita, nel carcere di Cassino, anche i fascicoli di detenuti dell’ex ergastolo scarcerati. Dietro le sbarre, nelle celle del carcere di Santo Stefano hanno scontato la pena Gaetano Bresci, l’uomo che uccise il re d’Italia Umberto I, e Sandro Pertini, poi diventato presidente della Repubblica italiana. “Nel mio ufficio tenevo il registro di matricola dove si leggevano anche i loro nomi, accanto a quelli dei detenuti più comuni”, racconta orgogliosa Civitareale. Oltre a essere un pezzo di storia d’Italia, l’archivio racconta anche come è cambiato il mestiere del matricolista: documenta un periodo, ormai superato, in cui le informazioni venivano stampate soltanto su carta. Oggi ogni dato viene salvato digitalmente e condiviso con il ministero, al tempo la storia veniva affidata solo alla carta.

I fascicoli prima dell’intervento di Civitareale erano in uno stato spaventoso. Civitareale capì subito che non sarebbe mai riuscita a fare tutto da sola. Aveva bisogno di una squadra. “Sollecitare il personale a mettere in ordine l’archivio non è stata una sfida facile perché era lavoro rubato all’ordinaria amministrazione e nessuno voleva mettere le mani tra la polvere – racconta Civitareale – La mia strategia è stata contagiare gli altri con la mia curiosità”. Così ha cominciato a parlare al personale delle storie che si nascondevano nel carcere dove lavoravano e, piano piano, è cresciuto l’interesse per quelle carte. “Era l’unico modo per tirare fuori l’archivio dal dimenticatoio e, più praticamente, dalla stanza dove si trovava”, spiega. Un po’ alla volta il personale di polizia, che ha fatto il lavoro di spostamento e ritrovamento dei documenti sparsi in tutto il carcere di Cassino, e gli addetti alla matricola, che si sono occupati del lavoro di catalogazione, hanno recuperato l’archivio. La direttrice sintetizza così la fonte di motivazione di quell’impegno: “Sentivamo di possedere un tesoretto che andavamo via via scoprendo e che potevamo ripulire”. Fino a quando, nel 2012, tutto non è stato trasferito e messo in ordine nella stanza dove è rimasto fino a poco tempo fa. Per l’occasione è stata organizzata una piccola inaugurazione, a cui ha partecipato anche il magistrato Franco Ionta, allora capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap).

Il recupero dell’archivio non è l’unica iniziativa realizzata da Irma Civitareale con lo scopo di rafforzare il legame tre l’isolotto ventotenese e il carcere di Cassino. Eugenio Perucatti, direttore dell’ergastolo dal 1952 al 1960, fece costruire un cinema a Santo Stefano aprendolo anche a tutti i cittadini non detenuti, nel 1998 Loredana Commonara riportò il cinema sull’arcipelago con il Ventotene Film Festival, che nel 2017 è arrivato anche all’interno della casa circondariale di Cassino. Per un giorno Civitareale ha aperto il carcere ai detenuti e ai liberi cittadini come spazio di cultura e integrazione per la proiezione del film “Fiore” con la partecipazione del regista Claudio Giovannesi e dell’attrice Daphne Scoccia.

Oltre alla storia dell’archivio e alle attività sul cinema in carcere, Santo Stefano e Cassino condividono anche uno stile di direzione che punta sul lavoro di squadra e sul dialogo tra detenuti e agenti. “Perucatti è stato molto coraggioso e ha mostrato al mondo carcerario che le innovazioni per portare novità devono essere appoggiate, non sono mai di una sola persona”, ricorda Civitareale. I tempi sono cambiati e secondo l’ex direttrice tante cose che ha fatto Perucatti adesso non si potrebbero fare. “È un modo di lavorare che appartiene a un carcere del passato. La sua famiglia viveva con lui sull’isola insieme ai detenuti, oggi sarebbe impensabile – commenta – I rapporti ora sono molto più formali, ma non smettono di essere importanti”. Irma Civitareale, per 25 anni, ha guidato – anche lei con coraggio – la difficile struttura di Cassino dove, a fronte di un carico di detenuti sempre maggiore e di ampliamenti anche strutturali, ha lavorato con personale ridotto ma sempre motivato. Ha sempre lavorato a stretto contatto con i detenuti, alla ricerca del confronto, e nel 2013 ha accompagnato dieci detenuti nel sacramento cristiano della cresima. Poi, nel 2019 ha lasciato la guida del carcere San Domenico di Cassino e consegnato a Francesco Cocco il grande lavoro di recupero. “Non è solo merito mio” sottolinea l’ex direttrice “È stato possibile solo perché abbiamo lavorato insieme”.

Qualcosa però ha dato alla squadra di Irma Civitareale una spinta in più: le sollecitazioni dei familiari dei detenuti di Santo Stefano. “I parenti ci scrivevano perché volevano trovare la tomba di un detenuto e credevano che quelle carte potessero contenere la risposta – racconta l’ex direttrice – E in effetti è così perché dentro ogni fascicolo c’è una storia, una persona, e anche se siamo ‘carcerieri’ abbiamo una sensibilità particolare verso chi vive il carcere proprio perché viviamo a contatto diretto con i detenuti”. Ma non sono stati soltanto i ‘carcerieri’ a tirare fuori dall’oblìo le storie dei ‘carcerati’ di Santo Stefano: i detenuti del carcere di Cassino hanno dato loro una mano, proprio come in tutti gli altri lavori più ordinari che in un carcere coinvolgono anche chi sconta una pena. Alcuni detenuti hanno anche ottenuto un permesso speciale per visitare l’isolotto di Santo Stefano e la direttrice Irma Civitareale in quell’occasione ha recitato alcuni testi dall’archivio dell’ex ergastolo. “È stato emozionante – ricorda – detenuti che visitano un carcere abbandonato in mezzo al mare e che ascoltano le storie di chi lì ha scontato la sua pena”.

Irma Civitareale ha sempre voluto tenere l’archivio dentro il carcere di Cassino. “Ma ora che si può immaginare un futuro per Santo Stefano io credo che debba tornare lì. Prima, per tutti gli anni in cui l’ergastolo è stato abbandonato, non era possibile – dice l’ex direttrice – Ogni tanto l’Archivio di Stato mi chiedeva i documenti ma io ho sempre avuto paura che in un luogo così istituzionale potessero perdere il valore che avevano dentro a un carcere”. Il sogno di Civitareale era quello di rendere, grazie a questo archivio, il carcere di Cassino un luogo di studio. E in effetti negli anni oltre a Pier Vittorio Buffa, che lo ha studiato prima di scrivere “Non volevo morire così”, anche altri studiosi hanno ottenuto il permesso del Dap per consultarlo, come Giuseppe Galzerano che lo ha analizzato a lungo per ricostruire in un libro la vita di Gaetano Bresci.

“Ora che è possibile sognarlo, il mio sogno è vedere l’archivio tornare sull’isolotto di Santo Stefano”, afferma l’ex direttrice, ricordando che dentro quelle carte polverose c’è anche un pezzo di storia italiana della pena: “Una volta mi sono stupita dopo aver letto il fascicolo di un detenuto che aveva ricevuto una condanna per violenza carnale, come si diceva una volta. Subito dopo la scritta: pena anni uno, pena sospesa. È un documento che a modo suo racconta come venivano percepiti e puniti i reati di natura sessuale e quindi anche il ruolo della donna nella società”. A Cassino c’è anche una sezione per i detenuti “sex offender”, autori cioè di un reato sessuale e il carcere nel 2018, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, ha organizzato un convegno per la presentazione del “Progetto Europeo Conscious – Trattamento degli autori di violenza contro le donne e i bambini”, in collaborazione con l’Asl di Frosinone rivolto ai “sex offender” ma anche ai detenuti per reati comuni e ai soggetti liberi (o che hanno già espiato la pena) con comportamenti di maltrattamento domestico. Un progetto per eliminare la violenza sulle donne facendo formazione proprio tra le mura di un carcere, il luogo dove finiscono le persone violente. Per Civitareale è giusto indignarsi di fronte al numero in aumento dei contro le donne, “ma oltre l’indignazione, serve l’impegno di tutto il sistema sociale e istituzionale”.

Secondo l’ex direttrice del carcere di Cassino, il progetto di recupero dell’ex carcere di Santo Stefano può essere l’occasione giusta per creare un luogo di riflessione sulla pena. “Il carcere non è soltanto oppressione, può essere altro. Può essere il luogo perfetto per una riflessione sull’oppressione”, spiega. I detenuti di Cassino hanno scritto alcune poesie e hanno deciso di intitolare la raccolta “Tempo perso”, perché il carcere non può essere ‘tempo perso’ ma un tempo che va riempito con delle opportunità e con una seconda possibilità. Proprio come il carcere di Santo Stefano che, secondo Civitareale, merita una seconda vita.

Giulia Ciancaglini 

Author: Giulia

Lascia un commento

1 commento

Translate »